14 aprile 2017

LE DIECI GRANDI CANZONI DEI R.E.M.



Perché mentre tutti cavalcavano l'onda grunge, loro se ne fottevano e arrivavano in testa alle classifiche con una canzone basata su un giro di mandolino. Perché la loro integrità ha fatto da esempio a tante altre band, segnando la strada. Perché, nonostante Michael Stipe sappia sfornare hit in serie, spesso i loro singoli non avevano nulla di ruffiano, tutt'altro. Perché erano l'antitesi del gruppo rock e figo, sembravano impiegati di banca, eppure hanno fatto il culo a tutti. Perché le belle favole finiscono, e la loro è finita al momento giusto, senza reunion milionarie o dischi inutili. Perché sono i R.E.M., e basta dire questo, non serve altro.

                                                UNA BAND SENZA TEMPO di A. Vanzelli

Dopo anni di blog e oltre 330 articoli mi sono accorto di non aver mai dedicato un articolo ai miei amatissimi R.E.M. - gravissimo! - e quindi, di getto, ho buttato giù queste righe. E no, non aspettatevi le "Losing my Religion" o le "Everybody Hurts", i R.E.M. sono stati molto di più.

"Laughing" (tratta da "Murmur" - 1983) - La scintilla, quella da cui tutto iniziò. Conosciutisi all'università di Athens, non portarono a termine nemmeno gli studi, tanto era forte il richiamo del rock. Il sound è magari acerbo in alcuni episodi (con vaghi echi a Byrds, Beach Boys e Police) ma resta un album seminale, che testimonia quante palle avessero: niente sintetizzatori e un distacco netto dalla new wave imperante. Basta ascoltare "Laughing", che parte con un giro di basso semplice quanto efficace per poi aprirsi come una giornata di sole.

"The One I Love" (da "Document" del 1987) - La prima vera bomba sganciata del dirigibile R.E.M.. La band faticava a raggiungere il grande successo commerciale, ma con "Document", il quinto album, finalmente sfondò, rilasciando "It's the End of the World as We Know It (And I Feel Fine)" (sdoganata da noi dalla cover di Ligabue) e l'eterna "The One i Love". Un grido per un amore ormai lasciato alle spalle, uno di quelli che fatichi a dimenticare, che ti restano sottopelle. Come questa canzone, chiudi gli occhi e ce l'hai già dentro.


"Orange Crush" (da "Green" del 1988) - Disco di passaggio per alcuni, punto cardinale immutabile per altri. Stipe abbraccia l'impegno sociale e politico, senza traviare i tratti caratteristici della band e portando ancor di più la loro notorietà fuori dalle sabbie mobili del circuito universitario. Questo grazie a pezzi graffianti come "World Leader Pretend" o il singolone "Stand", tanto spensierato quanto perfetto per i palinsesti radiofonici. E poi c'è "Orange Crush" appunto, con le sue parole ruvide, antimilitariste ed ecologiste. Attacco nevrotico di batteria e poi via ad un rock che tira dritto come un treno senza meta. Come combinare musica senza tempo e parole che scuotono e riuscire comunque a disegnare il cerchio perfetto. 

"Country Feedback" (da "Out of Time" del 1991): L'ex voce dei Dream Syndicate Steve Winn ha detto: "I R.E.M. sono stati un'influenza enormemente importante sui gruppi degli anni '80. Sono stati la prima band a mostrarci che puoi essere grande e essere ancora forte". Puro Vangelo, ed è stato così anche dopo lo straordinario successo di "Out of Time": 18 milioni di copie vendute avrebbero fatto vacillare chiunque, non loro. "Losing My Religion" e "Shiny Happy People" restano quadri senza tempo da ammirare in silenzio, ma ho sempre l'amato le atmosfere ipnotiche di "Country Feedback", e la voce del frontman - qui splendidamente ritratto da Antonio Chimenti - che diventa sempre più disperata.

Michael Stipe @Antonio Chimenti

"Drive" (da "Automatic for the People" del 1992) - Non è possibile, è passato solo un anno e mezzo da quel capolavoro che è "Out of Time" e voi riuscite a sparare un album ancora più bello? No, non posso resistere alla poesia di "Nightswimming", non posso credere che "Everybody Hurts" continui a bruciare dentro anche se l'ho ascoltata all'infinito, non posso concepire la bellezza di "Man on the Moon". E non è possibile uscire come primo singolo con una canzone come "Drive" - che di radiofonico non ha nulla - e vendere lo stesso altre 18 milioni di copie. E' cupa, inquieta, profuma di dolore e vento invernale, ma è ascoltando canzoni come questa che capisci all'istante perché i R.E.M. avranno sempre un posto fisso sul Monte Rushmore del rock.

"E-Bow the Letter" (da "New Adventures in Hi-Fi" del 1996) - "Sentire Horses di Patti Smith, quella è stata la mia prima grande epifania. La mia vita non è stata più la stessa dopo ciò. L'ho presa molto alla lettera quando Patti ha detto 'Chiunque può cantare, chiunque può fare quello che faccio io.' Avevo 16 anni, e ho pensato 'Sì, io posso farlo, posso cantare.'" raccontò Stipe un po' di anni fa e con il duetto in "E-Bow the Letter" il cerchiu si chiude. Il vocalist la cantà con intensità, come se sentisse l'importanza del momento e delle parole, dedicate a River Phoenix (scomparso tre anni prima). Una canzone che nulla regala all'orecchiabilità facile, ma che pian piano ti avvolge come il buio caldo di una notte di luglio.


"New Test Leper" (da "New Adventures in Hi-Fi" del 1996) - Altra scelta dallo stesso album, che ho amato moltissimo. Fu un gentile omaggio di Rocco, e io ricambiai con l'altrettanto bello "12/05/87 (Aprite i Vostri Occhi)" dei Litfiba. Avrei potuto citare la ballatona "Electrolite", soffice e rilassante come un acquario colmo di pesci variopinti, ma no, vado sulla meno nota "New Test Leper". Sono lontani i tempi in cui Stipe usava il canto come uno strumento musicale, lasciando da parte l'importanza del testo. Ora è la vita di tutti i giorni ad ispirarlo, e qui l'attacco è ad un tipo di televisione malata, quella dei talk show. E il frontman si permette di iniziare con un potentissimo "Non posso dire di amare Gesù". Che dire, grande canzone davvero.

"Lotus" (da "Up" del 1998) - Bill Berry ha riposto bacchette e batteria in garage e il gruppo si ritrova a reinventarsi. Ecco così a rincorrere l'equilibrio tra la loro monumentale tradizione rock e l'avvento dell'elettronica. Cambia tutto per non cambiare nulla e rimanere sempre in bilico sulla leggenda, quella regalata dalla grazia immutabile di "At My Most Beautiful" (la prima vera canzone d'amore della loro carriera)  o dalla minimale melodia di "Daysleeper". Lo scarto è più evidente nel secondo singolo, quella "Lotus" in cui il frontman si diverte - in un testo dal sapore surreale - a citare se stessi ("Be Mine" e "It's the End of the World as We Know It (And I Feel Fine)"). La voce torna per un attimo a riecheggiare come strumento, in un'esplosione di colori vivi, passionali, in cui la chitarra distorta di Peter Buck è tonalità dominante.


"All The Way to Reno (You're Gonna be a Star)" (da "Reveal" del 2001) - La West Coast dei Beach Boys, il rock che si bagna sempre più i piedi nel pop, gli esperimenti di "Up" che trovano ancor più compattezza ed ecco "Reveal", album accattivante e solare. Il cantato del vocalist è sempre più caldo e surfa con maestria, nonostante si passi con facilità dal singolone spaccaFM "Imitation of Life" alla spiazzante - ma non meno incisiva - atmosfera elettronica di "I've Been High". Brilla "All The Way to Reno", che cita i Byrds di "So You Want to Be a Rock'n'Roll Star" (resa popolare da Patti Smith, sempre lei). Un gioiellino, da ascoltare e riascoltare.

"Hollow Man" (da "Accellerate" del 2008) - Dopo "Around the Sun" del 2004, che non è arrivato alla gente e da molti è considerato un passo falso (anche se "Leaving New York"...), il gruppo di Athens reagisce, abbandonando le atmosfere più intimiste e rarefatte per tornare alle fondamenta del genere. La Rickembacker di Buck torna a graffiare da par suo, e i controcanti di Mills rafforzano l'eterno Stipe, come nel primo singolo "Supernatural Superserious", il cui titolo è un gentile omaggio di Chris Martin, il leader dei Coldplay. La mia preferenza va tuttavia alla quasi sconosciuta "Hollow Man", che con quell'abbraccio tra piano e chitarra sfiora la meraviglia.


"Überlin" (da "Collapse into Now" del 2011) - Il passato che si squarcia, frantumandosi in mille pezzettini, a ricreare un unico mosaico. Questo è l'ultimo disco di studio del combo americano, un insieme di colori che rimette al proprio posto ogni tessera. E così c'è l'incantevole "Oh My Heart" che sembra una outtkaes dei capolavori degli Anni '90 e "Discoverer" che sarebbe stata perfetta in "Green". E poi c'è "Überlin", che al primo ascolto ti sembra sghemba, una di quelle canzoni zoppe e sbagliate. E invece conserva una magia bastarda, quella che più l'ascolti e più ti rapisce.

"We All Go Back to Where We Belong" (da "Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage 1982-2011") - L'ultimo singolo, a corredare una raccolta sovvraccarica di bellezza, 40 canzoni per congedarsi nella maniera migliore. "Riesco a sentire il sapore dell’oceano sulla tua pelle" sussurra al microfono Michael Stipe ed è una bellissima immagine per abbracciarci tutti un'ultima volta.


Cosa dite, le canzoni sono 12 e non 10? Ve l'avevo detto che li amavo, cosa vi aspettavate? Pfff, illusi...

3 commenti:

-Alma- ha detto...

Che gruppo fantastico, li adoro! Le loro canzoni sono così evocative che vuoi o non vuoi ti lasciano qualcosa dentro anche se le ascolti per la prima volta. Il loro addio mi ha colpito tanto ma forse è stato giusto così, hanno chiuso un cerchio perfetto.

Bell'articolo, trasuda molto sentimento, bravo Vanz!

Gianni Antonacci ha detto...

tra le migliori canzoni dei R.e.m. non puo mancare fall on me capolavoro assoluto

Oscar ha detto...

Articolo bellissimo!Mi hai fatto scoprire tante canzoni che non conoscevo! Comunque io avrei messo anche "The Great Beyond" e "Leaving New York". Meravigliose!