25 giugno 2013

UN ARTISTA DIVERSO DAGLI ALTRI





Il primo volatile ricordo riguardo Enrico Ruggeri risale a quando avevo 8 anni. Era il Sanremo del 1987, una vittoria trionfale con Gianni Morandi e Umberto Tozzi. Guardandolo, perso nei suoi occhiali scuri dalla montatura bianca, pensai: "Che personaggio strano, non centra nulla con gli altri due..."
Il primo ricordo tangibile risale invece a dieci anni dopo quando ordinai per corrispondenza la sua doppia antologia. Ero stato a lungo indeciso se ordinare quello o giocare i miei pochi soldi dell'epoca su qualcosa di più maledetto e spendibile col sesso femminile. Eppure quando lo ascoltai la prima volta capii di aver scelto meglio che potevo. L'unica pecca è che mancavano i testi nel libretto, così le ascoltavo e riascoltavo, cercando i dettagli nelle parole, il fiore nel cuore dei tanti fiori di quell'antologia.
Mi colpì subito per l'arcobaleno di sapori musicali che riusciva a sprigionare, dal rock di "Peter Pan" alla canzone d'autore di "Prima del temporale", dal punk senza tempo di "Contessa" alla canzone d'amore di "Ti avrò".
Qualche anno dopo, ricevetti il classico regalo boomerang. Di che parlo? Di quei regali che fai anche per tuo interesse. Infatti gli amici, a cui negli anni avevo passato la passione per il cantautore milanese, mi regalarono "La vie en Rouge", il doppio album live: non vedevano l'ora di ascoltarlo anche loro.
Ruggeri è una mosca bianca, è una poesia dal finale sempre cangiante che ti ammalia e ti disturba, occhi da Peter Pan e sorriso di bimbo.
Ruggeri è fantasista e prestigiatore, è una destra che ti accarezza mentre la sinistra ti tira un ceffone.
La difesa (non francese) di quegli occhiali bianchi di tanti anni fa è sparita, non la sua rara curiosità e voglia di scoprire nuovi panorami musicali, traiettorie ardite nel vento dentro al cielo lontano.

           ENRICO RUGGERI - FRANKENSTEIN di A. Vanzelli - A. Chimenti

Il nuovo panorama di Rrouge si è aperto su un mondo buio, ispirato alla storia di "Frankenstein" di Mary Shelley, libro scritto quasi due secoli fa e basato sull'epopea del Dottor Frankenstein e della sua insana creatura, un continuo rincorrersi il loro, tra sogni innaturali ed efferati omicidi. Soli diciannove anni sono bastati alla Shelley (quella la sua età quando lo scrisse) per infrangere i vetri del tempo, facendo breccia sulle crepe dell'animo umano e infilandoci a piene mani buio e paura.
Ruggeri si mantiene fedele al romanzo, creando 13 tracce ispirate al più grande mito gotico di sempre.

Il sipario si apre con le delicate note de  "La nave", a cui segue una splendida intro al piano. E' il preludio del rock di ottima fattura, tipicamente Rrouge, de "Il capitano": pezzo dall'appeal immediato, uno di quelli che ti restano subito addosso come il profumo della donna che ami. Bello il gioco a due voci col fido Fabrizio Palermo. In alcuni passaggi sembra autobiografica e ricorda "Punk prima di te" mentre per il feeling radiofonico è paragonabile a "Rock show": potrebbe essere un ottimo secondo singolo.

Le atmosfere si fanno più cupe con la successiva "Le affinità elettive", dall'arrangiamento talmente impeccabile da sentire il vento gelido del nord spirarti addosso.
A seguire un nuovo bicchiere di vodka e di rock con "La folle ambizione" e sono lampi letterari di luce che scuotono:
"Ma noi non abbiamo criteri di scelta tra meglio e bene
e l'etica lungo le nostre battaglie non ci appartiene."
No, come il Dottor Frankenstein, l'uomo non ha mai dato troppo peso alla morale, spinto da ricerche contronatura e dalla voglia di rubare spicchi di eternità al vecchio pazzo che comanda lo scorrere del tempo.
Se proprio devo trovare un difetto (e nell'album se ne contano veramente pochi...) è sul ritornello, avrei lavorato maggiormente di cesello. Pezzo comunque musicalmente piacevole.

"Per costruire un uomo" è un piccolo grande film, uno di quelli in cui appena partono i titoli di coda avresti voglia di rivedere.
Il dottore sta creando il mostro e deve dosare tutto al grammo, non può permettersi errori. E non ne compie nemmeno Ruggeri, il testo è un tulipano di poesia: "Non solo muscoli e potenza, servono etica e coscienza". Con etica e coscienza ascoltatela e poi mi direte.

"Frankenstein" sembra una preghiera, è una preghiera, una di quelle per cui Dio ci fulminerebbe all'istante. Ci si rivolge al Supremo per chiedere più di quello che abbiamo; non ci basta, vogliamo l'"oltre", anche se non ce lo meritiamo, non ce lo siamo mai meritato:
"Dacci un sorriso splendente e una pelle di pesca e l'udito fine, cuore d'atleta su muscoli e rose private di spine. Facci dormire bene, dacci il meglio che puoi."
E' una richiesta eretica, sacrilega, che però ognuno di noi coltiva nel cuore, sussurrandola a mezza bocca.
"Dio dell'immagine e dell'apparenza
salva l'effimero più dell'essenza."
Nessun Dio modificherà mai le leggi per noi, non per diventare una macchina perfetta che tenda all'infinito. Più facile le modifichi per renderci mostri ancor più di quanto già siamo.

In tempi di crisi discografica, il primo pensiero è creare un singolo ideale per l'airplay. Una canzone come "Aspettando i Superuomini" è lo schiaffo di un Frankenstein della musica, un gioiello che sembra uscito dai concept degli anni '70, dove ancora vigeva quello spirito tra l'hippie e il naif e si poteva davvero giocare con le note e il futuro.
Il mostro sta arrivando e Ruggeri ci porge una di quelle canzoni che da sole valgono l'acquisto del disco, grazie ad un sapiente mix tra rock e parole ("Chi sa stare solo è padrone della vita.").
Il falco vola alto, cattivo, donando panorami rock perduti. Vola molto alto anche Luigi Schiavone (leggi la sua intervista qui), il suo assolo reggerà la grandine e la neve degli anni che verranno. Una signora canzone.

Arriva poi "Diverso dagli altri", il primo singolo, in cui il mostro, che scappa via, si scopre differente e, purtroppo, rifiutato. Ha avuto un discreto riscontro nelle radio, anche se a posteriori non so se è stata la scelta più oculata. Pezzo dignitosissimo, intendiamoci, ma personalmente avrei optato per qualcosa di meno accondiscendente.

"Il cuore del mostro" riporta alla memoria un Ruggeri d'annata, quello che due decenni fa circa salì sul palco di Sanremo con due barboni ai tempi di "Rien ne va plus".
Mi piace molto questa atmosfera musicale retrò, quasi sofferta eppure delicata, che accompagna le parole di un mostro che si sente vivo, che ama e soffre proprio come noi e che vorrebbe una donna a fargli compagnia. Un'elegante delicatezza musicale per la (temporanea) gentilezza d'animo del mostro.

Con "Ucciderò (se non avrò il mio amore)" il cantastorie lombardo gioca in casa ovvero nella ballata d'amore e il risultato è una ovvia piacevolezza d'insieme, arricchita dal violino di Andrea Mirò.
Il dottor Frankestein non ce la fa. Ha creato un altro essere immondo - la donna tanto desiderata dal suo mostro - ma non può dare il via ad una genia di mostri e la distrugge prima di darle vita. Così facendo, però, soffoca il soffio di equilibrio del mostro che impazzisce. "L'odio porta odio" è l'inizio della fine. Non c'è più umanità, solo cieco furore: il mostro uccide l'amata del Dottor Frankenstein: la vendetta - musicata con una base dal ritmo incessante, e cantata con la giusta rabbia - è servita.

"Il tuo destino è il mio" (su musiche di Schiavone) fa riaffiorare un'altra anima ruggeriana, dai toni jazzati, che riporta alla mente le atmosfere di "Con la memoria", cover anni '80 di Tom Waits. E' uno di quei pezzi che prende metà dei cantori italiani e li butta a calci fuori dalla porta della musica che conta. Molti ormai creano album con due idee, lui invece passa dal rock e dal progressive al jazz: con due idee al massimo ci fa una strofa.
"Sentiremo il battito dei nostri cuori pieni di spine" dice il testo, noi però sentiamo anche il battito di un'altra grande, grandissima canzone, impreziosita dalla tromba del sempre bravo Davide Brambilla.

L'amicizia tra Stefano Belisari, in arte Elio, e Enrico Ruggeri è cosa nota. I due hanno spesso duettato, regalandoci le mirabili "Il vitello dai piedi di balsa" e "Uomini col borsello". Nell'ultima traccia dell'album, "L'infinito avrà i tuoi occhi" (in cui tutti i personaggi trovano la loro fine), la collaborazione è più elevata e Elio presta la sua maestria col flauto, strumento con cui si è diplomato al conservatorio di Milano e con cui nobilita ancora di più questa splendida chiusura. Si tratta di un'altra splendida stella che illumina il velo nero infinito che è questo lavoro.

Enrico Ruggeri l'infinito lo ha nel cuore del bimbo che dorme dentro di lui. Nessun mostro, no, lui si prende cura del Peter Pan che gli scorre sottopelle e così diventa superuomo. E' per questo che, dopo essersi tolto un pò di "polvere" televisiva da dosso, continua a creare canzoni di rara grazia e di incontrovertibile profondità. Combatte lo scorrere del tempo reinventandosi e giocandosi ogni mano con la saggezza della maturità - quella con cui anche il suo Peter Pan deve fare i conti - ma anche con la follia del punk, mai sopita.
A 56anni sembra essere diventato come quegli attaccanti che sanno già dove andrà il difensore o dove si butterà il portiere: destro nell'angolo e portiere dall'altra parte, rete.
E' raro trovare dei concept album oggigiorno, richiedono molto più tempo in fase di scrittura. E' complicato trovare un packaging di tale livello e che comprende anche un libro a fare da coronamento all'opera musicale. E' quasi impossibile imbattersi in un artista che dopo trent'anni di successi ha ancora voglia di osare e di giocarsi tutto, l'ultimo folle "all in" di un grande artista "diverso dagli altri".

Storia piena di neri e di rossi venosi e arteriosi, molto più cattiva di ciò che pensi la maggior parte della gente. Ruggeri si è attenuto fedelmente al romanzo. Si spera che il mostro con gli anni si sia tranquillizzato e non se la prenda anche con lui...

Enrico Ruggeri - Caricatura di A. Chimenti

1 commento:

Anonimo ha detto...

Stavolta ti sei superato!!
Ottimo vanz! W il regalo boomerang!!