21 maggio 2014

QUANDO UN GRAZIE COSTA TROPPO




Quando ero piccolo, i miei mi obbligarono ad andare a scuola di nuoto: avrei preferito andare dal dentista. Ho sempre odiato nuotare, il buio del fondo mi metteva addosso una sottile inquietudine, la stessa di quando ti trovi a passare di notte a piedi in una via sconosciuta.
Aggiungeteci che negli anni '80 uno dei peggiori incubi era rappresentato da "Lo Squalo" spielberghiano e avevo sempre il timore che sbucasse fuori una creatura degli abissi, col corpo del mostro di Loch Ness e la testa di Brunetta.
Insomma, andavo in piscina ma non vedevo l'ora che tutto finisse. Avrò avuto sette o otto anni e, come ogni fine corso, c'erano gli esami. I genitori gremivano le tribune, in un clima di festa tipica di fine anno. Per essere promossi, dovevamo attraversare la vasca in orizzontale muniti di tavoletta: partivamo dove si toccava, il vuoto della profondità e nuovamente la tranquillità della pedana. Partii emozionato, la paura era mista all'ansia per tutto quel pubblico, e all'arrivo cercai la pedana troppo in fretta: il piede scivolò via sul bordo e io affondai. Non fu un bel momento.
Prontamente una delle nostre istruttrici si tuffò e mi ripescò, mentre dagli spalti si liberò un sospiro di sollievo. Lei era bellissima, con i capelli bagnati tirati indietro e gli occhi che sorridevano. L'anno dopo non c'era più, non l'ho più vista. Sembrava un angelo, forse lo era. Non le dissi nemmeno grazie.

                                  AMICIZIE SUL CIGLIO DEL BURRONE

Un grazie non costa nulla, ma nei labirinti della musica è spesso l'ingratitudine a farla da padrona. A vedere tutto da fuori, Jovanotti sembra una delle persone più piacevoli dell'ambiente musicale. Avrà i suoi difetti ma appare come uno genuino, alla mano, allegro e disponibile. La vedo dura litigare con uno come lui, sempre pronto a spendere una parola buona per un collega o a rendersi disponibile per un duetto.
Anni fa, Lorenzo ha creduto molto in Giovanni Allevi, producendogli un disco ancor prima che si diplomasse al Conservatorio. Appena conseguito il pezzo di carta, lo prese nella sua band. Aveva intravisto del talento purissimo in quel riccioluto pianista e il tempo gli ha dato ragione. Qualcosa, però, non funzionò.
Allevi faticò ad integrarsi nella band, gli altri alla lunga lo esiliarono, lui così diverso ma anche arrogante e poco propenso ai compromessi.
I problemi non furono solo a livello di alchimia caratteriale: Allevi commise degli errori anche nell'arrangiare dei pezzi di Lorenzo con gli archi, al punto tale che la band non riusciva a suonarli. Alla fine, come riportato dal Corriere della Sera, Jovanotti cercò di mediare dicendo:
"Non avevo bisogno di fiori colorati, volevo solo un imbianchino."
La sua replica piccata? "E allora dovevi chiamare un imbianchino, non un pittore."
Poca umiltà, tanta faccia tosta. In ogni campo c'è bisogno di fare gavetta, devi mangiare pane ammuffito se vuoi arrivare al caviale e allo champagne. E soprattutto, devi portare rispetto a chi ha creduto in te quando eri solo un nerd.
Col tempo Allevi ha aggiustato il tiro spiegando che con Jovanotti i rapporti sono rimasti ottimi e che i problemi erano soltanto con la sua band, ammettendo però di averci messo anche lui del suo nella situazione. Vorrei fargli notare che nella band c'era anche Saturnino, uno di quelli che credette di più in lui agli inizi, ma già l'ammettere le sue di colpe è un passo in avanti.
Magari col tempo ne sta guadagnando in umiltà. Farebbe però bene ad evitare di dire che "Jovanotti ha più ritmo di Beethoven", di sparate del genere ne dicono già troppe i politici, bastano e avanzano.


"Dopo "Ascolta l'infinito", forse uno dei testi migliori della mia carriera, credo che Fiorella (Mannoia, ndr.), forse consigliata da qualcuno vicino a lei, abbia temuto di diventare quella che dava voce alle canzoni di Ruggeri. Aveva già Fossati come autore, forse ha avvertito il bisogno di staccarsi da me e di cercare altrove il materiale per i suoi singoli.
Il malessere cominciai ad avvertirlo durante "Di terra e di vento", dove lei cantò svogliatamente e senza crederci, con arrangiamenti privi di inventiva e coraggio, due brani che io reputavo intensi e adatti a lei come "Gli amanti" e "La giostra della memoria", che non a caso sarebbe diventato un successo cantata da me, figuriamoci che cosa sarebbe potuta diventare con una Fiorella motivata." Enrico Ruggeri - La Vie en Rouge

Quello tra Enrico Ruggeri e Fiorella Mannoia è stato uno dei sodalizi più fertili della canzone italiana, senza dubbio. A giovarsene - poco ma sicuro - è stata più la Mannoia che non il cantautore milanese, che ha scritto canzoni splendide per sè e anche per tante altre grandi dive del panorama nostrano, penso a Loredana Bertè, ad Anna Oxa, a Mia Martini e a Patty Pravo.
"Quello che le donne non dicono" è uno di quei fiori che non appassisce mai, sboccia e risboccia in una continua primavera. In pochi però sanno che quel pezzo in origine avrebbe dovuto cantarlo Lena Biolcati, una giovane cantante che si stava affacciando alle grandi platee. All'ultimo, invece, fu "regalata" a Fiorella Mannoia, che veniva da un periodo non particolarmente lucente.

"Fu una decisione che cambiò molte storie: quella di Fiorella che da lì avrebbe spiccato il volo; quella della Biolcati che finì presto dimenticata; e la mia, che decisi di andare a Sanremo con due abiti diversi: la canzone d'autore e la canzone da Sanremo, nazionalpopolare, in trio con Morandi e Tozzi." Enrico Ruggeri - La Vie en Rouge

Ecco, non dovrei aggiungere nulla. Fiorella Mannoia è stata baciata dalla canzone perfetta nel momento giusto altrimenti avrebbe potuto fare la fine della Biolcati.
Non mi piace l'ingratudine, la Mannoia non deve mica ringraziare Ruggeri in eterno (e magari sarebbe entrata lo stesso nel novero delle grandi della canzone, per carità), ma avrebbe almeno potuto fornire delle spiegazioni sul perchè abbia voluto chiudere - bruscamente e con poco tatto - questa fortunata collaborazione. Insieme ci hanno regalato pezzi splendidi come "I dubbi dell'amore", "Il tempo non torna più" o "Inevitabilmente" quindi non capisco, o forse non voglio capire.
Forse Ruggeri, lontano dalle platee di sinistra, poteva diventare un intralcio alla carriera della cantante romana, o forse, semplicemente, lei cercava nuovi orizzonti, è nell'ordine delle cose. Ovviamente sarebbe da sentire anche l'altra campana, ma se non ha mai detto la sua, evidentemente le parole del Rouge corrispondono a verità. Un grazie non costa nulla, una spiegazione evidentemente a lei costava troppo. Sarà una di quelle cose che le donne non dicono...

4 commenti:

Blackswan ha detto...

Temo di essere affetto da uno snobismo furibondo verso la musica italiana di cui non riesco, prevalentemente, a cogliere la necessità. Però, sono un campione di nuoto, o almeno lo ero in gioventù. Possiamo far cambio di ripetizioni, che dici ? :))

Antonello Vanzelli ha detto...

Potrebbe essere un'idea, ma bastano già le ripetizioni che mi dai sulla musica straniera :-)))

sergio capecchi ha detto...

Il rispetto del silenzio di un'artista è doveroso, soprattutto nei riguardi di Fiorella Mannoia che ha fatto del rispetto una bandiera.

Antonello Vanzelli ha detto...

Se non ha sentito il bisogno di dare una spiegazione, avrà avuto le sue buonissime ragioni, e lo rispetto. Ma capisco anche il perchè Ruggeri ci sia rimasto male. Un sodalizio così qualitativo chiusosi in questa maniera lascia "inevitabilmente" dell'amaro in bocca.