7 febbraio 2017

SANREMO - I MOMENTI DA RICORDARE




Non è tempo per noi, per noi che speriamo che qualcosa nella musica italiana cambi davvero, per noi che continuiamo a credere che non c'è solo Amici e X-Factor, per noi che ogni anno prima di Sanremo diciamo le stesse cose. Sergio Sylvestre? Elodie? Raige e Giulia Luzi? Alice Paba? Lodovica Comello? Ma che davero davero? Questa secondo Carlo Conti è la crema della nostra musica? Il Vanzcattivo che è in me sta esplodendo, devo tenerlo a bada per non esagerare, ma qui siamo davvero alla deriva. Per non parlare di Bianca Atzei: l'hanno piazzata a destra e a manca, le stanno provando tutte per farla esplodere, inutilmente. E intanto la vera musica emergente italiana - a parte Ermal Meta - langue: dove sono i Motta, i Thegiornalisti, i Levante, i Calcutta o i Brunori Sas? A casa, a continuare a combattere contro i mulini a vento...

                                         SQUARCI NEL BUIO di A. Vanzelli

A pelle non credo che questo Sanremo regalerà momenti da ricordare, quindi prendiamo la Delorean e ripeschiamo quelle che sono le perle del passato. Avrei potuto cominciare con Ivan Graziani e la sua meravigliosa "Maledette Malelingue", oppure avrei potuto ricordare i Timoria con "L'uomo che ride" (per cui istituirono il premio della critica nella sezione giovani) o i Marlene Kuntz in duetto con Patty Smith... Tutti squarci di luce nel buio, ma sono artisti che hanno avuto - e per i Marlene hanno ancora - soddisfazioni di pubblico e critica.
Per questo preferisco menzionare un gruppo dimenticato, ma che al Festival lasciò il segno. Sto parlando dei Luciferme, che nel 1998 portarono "Il Soffio", un pezzo che davvero non c'entrava nulla con tutto il resto.  Una base a metà tra gli U2 dell'epoca e i Simple Minds, atmosfere eleganti e coinvolgenti e un frontman - Francesco Pisaneschi - carismatico e cazzuto come pochi. Forse pagò l'idiozia dei critici, che troppo spesso - e senza addurre motivazioni plausibili - lo avvicinavano come timbrica al suo corregionale Piero Pelù. Dopo anni di silenzio, hanno riprovato a tornare in pista ad inizio 2015 con "Liradiddio", un signor singolo, ma con riscontri non entusiasmanti: cavalcare la nostalgia non sempre paga purtroppo. Andate su ebay adesso, e comprate il loro "Cosmoradio", anno di grazie 1998: nella vostra collezione non può assolutamente mancare, il mio l'ho consumato...


"Non ero ubriaco, ero diversamente lucido." Vasco Rossi

Ci sono flash nella storia della musica che è difficile vengano cancellati dalla risacca. E' il 1982, Sanremo è ancora in playback e dell'orchestra non v'è traccia. E' l'anno in cui qualcosa cambia, a cantare si presenta Vasco Rossi. La sua popolarità è in ascesa e il rocker di Zocca decide di giocarsi la carta Sanremo con "Vado al massimo". Sonorità allegre e un testo carico di bile, dedicato ad un giornalista che l'aveva aspramente criticato. Lievemente alterato da chissà quali sostanze, il Blasco si presenta in giacca di pelle, spavaldo da par suo, e, dopo aver mandato a quel paese la giuria, si mette il microfono in tasca e se ne va. Peccato sia collegato e gli scivoli dalla tasca cadendo in terra, con un classico "plonf" disneyano. La cosa crea sconcerto, ma anche curiosità sul personaggio Vasco, proprio ciò a cui mirava.
L'anno dopo Vasco concede un grande bis, portando al Festival la strepitosa "Vita spericolata". C'è meno spavalderia, lo sguardo è vuoto e gli occhi stentano ad aprirsi, difficile pensare fosse lucidissimo. Infatti alla fine del pezzo, ancor prima che finisca, saluta svogliato, prende e se ne va, incespicando sul gradino: per poco non finisce per terra. Il regista Rai stacca sul pubblico mentre lui va via senza terminare il pezzo. Non una grande esibizione, ma uno dei momenti più onesti (o balordi, dipende dai punti di vista...) della storia di Sanremo.


Il 1983 deve aver avuto qualcosa di strano. Forse qualche divinità della musica ha baciato la città ligure quell'anno. Non si spiegherebbe altrimenti come, dopo Vasco, abbia regalato alla storia un'altra chicca. Sul palco, come ospite, c'è Peter Gabriel, ex leader dei Genesis e ora impegnato in una luminosa carriera solista. Presenta al pubblico "Shock the Monkey", singolo del suo quarto lavoro di studio. C'è tanta elettronica venata di percussioni e ritmi tribali, un suono poco mainstream che però arriva e fa il botto. "Shock the monkey" infatti diventa un successo planetario.
L'esibizione su quel palco è una frustata in faccia. Dopo un gioco di luci, specchi e prospettive, un truccatissimo Gabriel si presenta al pubblico mimando i movimenti di una scimmia. Nonostante il playback, è indiavolato: salta, balla, si stende per terra, ma è nulla rispetto a ciò che sta per succedere.
Al bordo del palco spunta una corda, sembra un cappio, è una liana. Quasi fosse la cosa più naturale del mondo, prende la rincorsa e vola sul pubblico. Una curva nel vuoto ed è di nuovo sul palco. Non contento, riplana sugli imbalsamati astanti sanremesi e comincia a camminare tra i sediolini rossi, quasi fosse il "Piccolo Diavolo" di Benigni. Il pubblico sembra prendere vita per qualche minuto, scongelata dal torpore. A quel punto Gabriel vola all'indietro verso il palcoscenico, schiantandocisi contro di spalle, e per fortuna ci sono i fiori ad attutire il botto. La canzone termina e la gente applaude, forse per una volta si sono resi conto di aver assistito ad un grande momento della storia della musica. Forse.

2 commenti:

Hammer ha detto...

Aggiungerei i Bon Jovi ospiti nel 1988.

Antonello Vanzelli ha detto...

Ci sta, ci sta! Come anche i Placebo, che spaccarono tutto, ma ne avevo già scritto tempo fa... E avevamo pensato anche a "Contessa" dei Decibel. Era il 1980 e in quel marciume, loro sembravano degli alieni!