29 maggio 2013

DUETS





A Dubai ci ho passato due mesi, forse i più intensi della mia vita. Io e il mio collega - simpatico romanaccio dalla battuta pronta - ci alzavamo prima delle 6 per cominciare a lavorare presto ed evitare la terribile calura araba. Più che il caldo era l'umidità ad ucciderci: un giorno, alle 18, la misurammo con l'apparecchietto del laboratorio e misurava il 100%. Insomma, per stando fermi grondavamo acqua salata.
Bevevamo come cammelli ma serviva a poco: persi non so quanti chili, io che già sono pelle ed ossa.
Alle 11 e qualcosa mollavamo e ci chiudevamo in ufficio, rinfrancati dal condizionatore: ci uccideva, sudati com'eravamo, ma meglio quello che i 45gradi all'ombra.
Pranzo e poi, prima di riprendere, pennichella nelle tubazioni da 48 pollici: erano enormi, ci si dormiva che era un piacere, visto che erano stoccati e dalla parte dell'ombra c'era riparo.
Finivamo di lavorare verso le 18 e poi tornavamo a casa. Cena e poi fuori con la cameriera dell'albergo in cui risiedevamo. Cosa proibitissima, le impiegate dell'hotel non potevano avere rapporti coi clienti ma questo aumentava il gusto di vederci.
Tornavo spesso molto tardi e dormivo pochissimo, eppure mi sentivo vivo, come un fuoco che nasce nell'acqua, come un tulipano che filtra il cemento.
Una sera ero con lei, sul lungomare di Ras Al Khaimah, uno degli Emirati e la radio aveva appena finito di trasmettere Jack Johnson e la sua allegra "Upside Down", altro pezzo che porto nel cuore. Poche note e partì "I belong to you" di Eros Ramazzotti e Anastacia. A Dubai.
Non potete immaginare che bello fu ascoltare una canzone italiana lì, in quel momento, una botta d'adrenalina non da poco. Anche se ero nel posto dove avrei voluto essere, mi apparve casa. Lei non capì, fu un momento solo mio, e lo conservo ancora con cura.

                          I DUETTI PIU' BELLI E I CALCI NELLO STOMACO

No, Eros non è tra i miei cantanti preferiti in assoluto, lo ammetto, ma l'ho sempre rispettato, e poi, come persona, mi sta molto simpatico (soprattutto dopo l'imitazione di Nicola Savino a RadioDeejay).
Sta di fatto che quel momento lo terrò nascosto come una gemma e ogni volta che ascolterò quel duetto mi ricorderà le spiagge con le palme e il mare che sembra un acquario, le strade che tagliano il deserto e i cammelli che mi attraversano beati la strada.

Fare un duetto è sempre una scelta da ponderare bene. Negli States si fanno meno pippe mentali, duetti su duetti e a volte persino orge di gruppo a più voci. In Italia no, ognuno tende a curare il proprio orticello e sono pochi gli artisti che si prestano con facilità a collaborazioni.
Penso a Vasco, che in tanti anni di carriera ha fatto pochissimi duetti. Al contrario gli Elio e le Storie Tese sono dei maestri e spesso inseriscono camei, chiamando gli artisti che apprezzano.
Tra i miei duetti preferiti, non posso non citare subito "Where the wild roses grow", amabile duetto tra Nick Cave and the Bad Seeds e Kylie Minogue.
Pubblicata nel 1995, nelle anticipazioni lasciò spiazzati non pochi fan. Cosa centrava la Minogue, cantantucola poppettara e attrice, con l'impegnato cantautore rock Nick Cave?
Centrava centrava, ne uscì fuori una canzone a due voci delicata come una rosa appunto, ma senza spine, e questo nonostante la canzone parlasse di un omicidio. Si, alla leggiadria dell'insieme fa da contraltare il testo: la Minogue è la donna assassinata da Cave.
Il testo è lì, e quello si, punge, e ti ritrovi a sanguinare:

"Mi chiamano Rosa Selvatica, ma il mio nome era Elisa Day,
Non so perchè mi chiamino così, il mio nome era Elisa Day.

Capii che era lei che volevo fin dal primo giorno,
mentre mi fissava e mi sorrideva,
perchè le sue labbra avevano il colore delle rose
che crescono lungo il fiume, sanguigne e selvatiche.

Quando bussò alla porta e si fece avanti, 
il mio tremito si calmò nel suo caldo abbraccio.
Sarebbe diventato il mio primo uomo e con mano gentile
asciugò le lacrime che mi scendevano lungo il viso.
 
Mi chiamo Rosa Selvatica ma il mio nome era Elisa Day,
Non so perchè mi chiamino così, il mio nome era Elisa Day.

Il secondo giorno le portai un fiore.
Era più bella di ogni altra donna che avessi mai visto.
Le dissi: "Conosci il posto dove crescono le rose selvatiche,
così dolci, scarlatte e libere?

Il secondo giorno lui arrivò con una rosa rossa.
Disse: "Mi darai la tua perdizione e il tuo dolore?"
Dal mio letto feci cenno di si.
Mi disse: "Se ti mostrerò le rose mi seguirai?"

Il terzo giorno mi portò al fiume, 
mi mostrò le rose e ci baciammo,
e l'ultima cosa che sentii fu una parola sussurrata,
e lo vidi sopra di me con un sasso nel pugno.

L'ultimo giorno la portai dove crescevano le rose selvatiche.
Si distese vicino all'acqua, il vento era lieve come un ladro.
E con un bacio d'addio le dissi: "Tutta la bellezza muore sempre".
Poi mi curvai e le piantai una rosa fra i denti.

Mi chiamano Rosa Selvatica ma il mio nome era Elisa Day,
non so perchè mi chiamino così, il mio nome era Elisa Day,
il mio nome era Elisa Day."

Cosa posso mai dire di una canzone del genere? Cosa aggiungere ad un testo così rilucente? Nulla, gli metti una rosa tra i denti e la consegni al futuro.
Cave scelse alla perfezione e il video mette ancor di più a fuoco la sua scelta. Canzone che non mi ricorda Dubai, non mi ricorda nulla. Ma mi fa star bene come poche altre.


Non sempre le rose profumano. Ci sono anche fiori che da lontano sembrano belli e che quando ti avvicini emanano puzza di fogna. Non si incazzino gli artisti di cui sto per parlare, ma non tutti i duetti restano negli annali della canzone. Certo non resta nulla se uno dei più importanti rocker italiani decide di fare un discutibilissimo tete-a-tete con una popstar di nemmeno altissimo livello, poi scomparsa dai radar.

"Amore immaginato era una canzone con un arrangiamento molto pop, troppo lontano dall'approccio rock di "Bene bene male male". Il duetto con Anggun ha spiazzato? Potevo anche cantarmela da solo ma mi andava così. Io sono uno che quando decide di fare una cosa va fino in fondo." Piero Pelù - 2004 

Tralasciando le ultime parole e la loro implicazione con la scelta di chiudere ai tempi coi Litfiba (o meglio con Ghigo), c'è da dire qualcosa anche sul "potevo cantarmela da solo". Una canzone brutta resta una canzone brutta Piero, che tu la canti con Frankie Sinatra o con Toni Tammaro.
Il fatto che tu l'abbia scelta come singolo promozionale dell'album non depone certo a tuo favore, vuol dire che in quella canzone ci credevi. Ergo, vuol dire che dei tuoi fan non avevi capito proprio nulla, dopo venti anni di gloriosa carriera. Si, la canzone andò bene commercialmente, ma ti fece perdere gran parte degli aficionados, questo mentre Ghigo e Cabo Cavallo uscivano con l'ottimo "Insidia".
Non è un caso se poi la carriera solista di Piero sia naufragata e abbia spinto lui e Ghigo alla tanto attesa reunion.

C'è acidità nelle mie parole ma da fan della prima ora non potrebbe essere altrimenti. Mi poteva stare bene "Io ci sarò", avevo inarcato il sopracciglio con "Buongiorno mattina" e "Bene bene male male". Poi basta su. E dire che da solo di cose buone ne ha anche fatte ("Lentezza" o "Viaggio" sono canzoni che adoro...) ma ha avuto un andamento schizofrenico, come una mosca chiusa in un bicchiere che continua a sbattere contro pareti trasparenti.
Quando riascolto "Dea musica", ad esempio, mi incazzo ancora di più per ciò che avrebbe potuto fare anche da solo. Che altro dire, meglio riascoltarsela va...


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